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"La grandezza dell'uomo non consiste nell'essere questo o quello, ma nell'essere se stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole"

S. Kierkegaard, Aut-Aut

 


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DICONO DI NOI
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Il peso più grande
di Elisabetta
Tempo fa parlavo via mail con l’autore di La filosofia come cura. Percorsi di autenticità. Moreno Montanari diceva che lo scopo che si era imposto con la stesura di questo libro era quello di “suscitare nel lettore una rimessa in discussione del proprio modo di essere al mondo e non soltanto di concepirsi e di concepirlo, fornirgli ampi spunti di riflessione senza risparmiargli la sofferenza ma offrendogli prospettive di rinascita, non consolatorie ma tutte da conquistare mettendosi in gioco e dandosi da fare, a partire da uno sguardo onesto e veritiero su noi stessi. Su tutto - diceva Montanari - si può lavorare: il lavoro costa fatica, specie frustrazione per l’ego, ma alla fine paga, anche se il capolavoro riesce a pochi… Speravo di fare un libro specchio nel quale chiunque potesse specchiarsi e vedersi in modo diverso e volevo condividere con il lettore il senso dei libri degli autori citati”. E mi pare che Montanari abbia più che esaustivamente raggiunto il proprio obiettivo e realizzato quelle aspirazioni che più o meno intenzionalmente accompagnano o si sovrappongono al momento pre-testuale.
La filosofia come cura è infatti un libro forte e intenso, che fin dalle prime pagine - e sempre in maniera più incalzante man mano che andiamo avanti nella lettura - ci mette alle strette senza darci tregua, ci risveglia dalla assuefazione ai nostri consueti mascheramenti e ci costringe a prendere atto della problematicità della nostra vita, a ripensarne il senso e lo scopo e soprattutto a quanto di essa abbiamo rinunciato a vivere. E’ un libro vero, autentico, uno di quelli che finiscono per modificare il nostro modo di vedere la vita che ci avanza, tale che d’ora in poi in un certo senso non potremo prescinderne. Il cui spessore è ulteriormente accresciuto dalla vastità ed eterogeneità delle citazioni - che vanno dalla filosofia all’antropologia, dalla psicologia alla letteratura, e altro ancora - che conferiscono alle argomentazioni non tanto una legittimazione quanto una maggiore profondità. Questa tendenza a dare la parola agli autori che più o meno lo hanno ispirato e insieme ai quali Montanari sembra dialogare anche attraverso una incolmabile distanza temporale dà al lettore l’impressione di un libro fortemente sentito che rivela una sottesa esperienza autentica.
Ognuno di noi, dopo la lettura di queste pagine, non può più fare a meno di interrogarsi e di sondare un po’ leopardianamente se stesso, dal momento che - o sano (ma chi poi lo è veramente?) o malato o solo psicologicamente instabile - deve fare i conti con quello che è o crede di essere e di essere stato al mondo, deve in altre parole cercare di spiegarsi e di decodificare i propri abusati atteggiamenti, dismettendo di fronte a se stesso quella maschera che - seppure involontariamente - si è costruito negli anni. La presunta “normalità”, il trauma abbandonico, il disagio così diffusamente avvertito, quella persistente sensazione di inadeguatezza, l’esperienza della morte, la stessa percezione della morte nella vita (le cosiddette cose che non sono più), l’avvertire costantemente che vivere è assistere a un avvicendarsi di altri sé che soppiantano il nostro io che presumevamo attuale, percepito ora come defunto, sono tutti stati che rientrano nel discorso di Montanari - che rifugge ogni ottimistica illusione e ogni facile soluzione consolatoria - o che perlomeno tale discorso inevitabilmente evoca in noi, con esiti differenti e reazioni del tutto imprevedibili.
Intanto particolarmente significativa sembrerebbe la sottolineatura di quella infausta confusione - o voluta o fortuita - che talvolta si verifica nella valutazione e nella relativa ripartizione tra veri pazienti, che necessitano di una medicalizzazione, e pazienti presunti o indotti - cioè di quelli che accusano unicamente qualche disagio - con il conseguente e irreparabile danno per i secondi, che spesso vengono spinti ad assumere farmaci fino all’insorgenza di uno stato-dipendenza poi difficilissimo da superare. E dolorosa ma necessaria, inoltre, è la sua descrizione di quella diffusissima tendenza all’evitamento delle situazioni “a rischio”, a delegare a figure tutelari attraverso l’esibizione di alibi assurdi, con tutte le ripercussioni del caso: senso di frustrazione, scarsa autostima, progressivo restringimento delle iniziative, rinuncia a vivere in maniera più ampia, avvertire come insormontabili ostacoli di fatto inesistenti. Non a caso la lettura di questo libro all’inizio potrebbe perturbare il lettore fino a farlo dubitare sulla qualità salvifica della chance insita nell’angoscia, stato, quest’ultimo, che in un primo momento potrebbe essere percepito non tanto come opportunità per compiere una conoscenza personale più approfondita e autentica di sé, quanto come il termine o l’attuazione della nostra stessa esistenza. Ma Montanari va oltre e ci invita ad attraversare la fase dell’angoscia e di viverla come chance o percorso privilegiato verso l’autenticità o la redenzione. Egli scrive: “dunque il vuoto, come la sofferenza (…), non ostacola il nostro compito ma anzi coopera alla sua realizzazione; pertanto non ha senso rifuggirlo, riempiendolo compulsivamente o annichilendolo, occorre semmai imparare a concepirlo come uno spazio di cui prendersi cura per coltivare e costruire la nostra eudamonia, ovvero quella forma di felicità che, a differenza del desiderio, non è data dalla ricerca o dal raggiungimento di ciò che non si ha, ma consiste nel saper vivere in armonia con le proprie potenzialità” (p. 44).
Capire e soprattutto diventare ciò che si è autenticamente equivale soprattutto a comprendere e lavorare in maniera incessante sul perché e sul che cosa egli tende a fuggire e ad evitare: il negativo della vita, che è ineludibile e con il quale ognuno di noi deve inevitabilmente confrontarsi. “La fatica di essere se stessi”, consiste infatti nel liberarsi – evitando di aggirarlo, che sarebbe come dire assolutizzarlo - da questo pericolo del negativo che sembrerebbe opprimere e inibire la nostra vita e confinarci in uno stato di ossimori permanenti, di indecisione perpetua e di rassegnata rinuncia alla vita stessa. “Il peso più grande” è indubbiamente uno dei capitoli più profondi del libro, anche per quella nietzschiana concezione del tempo che vuole eludere ogni frattura e quella rinnovata visione di un passato come premessa al presente e al nostro futuro piuttosto che come esperienza defunta o idealizzato oggetto di rimpianto. Dice Montanari: “siamo l’esito di quanto abbiamo vissuto, siamo ciò che ci è accaduto e il modo in cui l’abbiamo elaborato” (p. 81). E’ questo il peso più grande, redimere esperienze traumatiche che tendenzialmente cerchiamo di rimuovere ma che poi ritorneranno puntualmente a condizionare in modo negativo il nostro stato attuale; vivere il tempo come Kairós in armonica continuità con il passato e non come chrónos, circostanza, quest’ultima, che non farebbe che sancire la nostra frustrazione per l’esperienza irrimediabilmente perduta. Perdonare il passato e perdonarsi, “accettare l’irreversibilità del tempo che passa, ma non sparisce” (p. 78) in una “prospettiva unitaria del tempo”, dove “il passato, indipendentemente dalle pieghe che ha assunto, può essere vissuto come punto di partenza e fondamento delle possibilità a venire, ed il futuro come la dimensione che ci renderà possibile conservare o mutare, nel suo significato e nella sua direzionalità, il passato” (p. 79).
Nessuno - ci avverte Montanari - potrà mai fare nulla di tutto questo al posto nostro, come anche rinunciare finalmente ad accanirsi nel cercare un senso nel mondo e metterci piuttosto nella prospettiva di portarcelo noi, in una disposizione di apertura all’altro, che appare quanto mai imprescindibile per evitare di cadere nelle forme del solipsismo o della autoreferenzialità, tragiche anomalie per il soggetto, e, di conseguenza, per il mondo.
Ma è nell’ultimo capitolo che l’autore si spinge - e noi con lui - fino all’estremo: imparare a vivere è saper accettare l’idea della morte nella vita, un’idea della morte che si configura non solo nei termini di una estinzione fisica. In proposito, Montanari scrive: “se utilizzeremo la vita per prepararci alla morte questa ci renderà il favore preparandoci alla vita già adesso, per non apprezzarla solo quando ormai è troppo tardi.” (p. 114). Pertanto dobbiamo esercitarci a trasporre la filosofia in questo aspetto della vita (che è tutt’altro che marginale, e, al contrario decisivo) e non, viceversa, fare della nostra vita un lungo e ingannevole esercizio di rimozione della morte.
La filosofia come cura è un testo fondamentale, anche rispetto ad altre trattazioni notevoli e pur interessantissime, che ci svelano il nostro modo corretto o - come il più delle volte accade - sbagliato di rapportarci alle cose, come per esempio all’arte. Ma qui il lettore avverte subito che si sta parlando d’altro, di qualcosa di veramente essenziale - come indicato dal sottotitolo -, cioè di come affrontare la nostra vita, che è una, e di come averne cura. Di come imparare ad appartenerci, o, in altre parole, afferrare il senso dell’unicità della nostra vita. E’ un libro che andrebbe consigliato soprattutto alle giovani generazioni anche nell’eventualità di evitare quelle rovinose conseguenze di una medicalizzazione che non era, per l’appunto, indicata.              
                                                                   

 Elisabetta

Derivare da.  Il figurale in J.- F. Lyotard di Maria Maistrini
di Elisabetta Brizio

Le conclusioni di Maria Maistrini in Il figurale in J.- F. Lyotard solo in parte descrivono una destituzione delle precedenti “visioni” di figurale e sembrano anzi indicarci la sua finale attuazione e la sua - involontaria? - teleologia. Il figurale viene da Lyotard designato dapprima come opacità, dal punto di vista del discorso: il linguaggio è un fatto estremamente enigmatico e problematico e la sua decostruzione diventa pertanto un processo necessario, l’ambito nel quale “si manifesta la verità” (p. 48) - nietzschianamente, al di là della classica dicotomia tra vero e falso -, come verità di spostamento, di deriva, in luogo di una significazione univoca e, inevitabilmente, parziale o unilaterale. Le parole, per Lyotard, dovrebbero piuttosto svelare la supremazia della figura come elemento costitutivo del discorso (“si vuole che le parole dicano la preminenza della figura, si vuole significare l’altro della significazione”, in Discorso, figura, p. 48 del libro della Maistrini), il quale necessariamente esprime qualcosa, e la cui espressività sussiste solo nella misura in cui il linguaggio opera nei confronti del lettore alla maniera del suo rinvio referenziale. E il figurale si pone tra segno e oggetto o designatum, vale a dire nello “spazio della differenza” (p. 76).
Successivamente esso esemplifica una traccia del desiderio, il quale “si costituisce a partire da una mancanza” (p. 51), circostanza che ci impedisce di parlare del figurale come di una entità trasparente e riconoscibile e, come tale, esprimibile nel discorso. Non a caso, scrive la Maistrini, “arte e sogno sono i campi di produzione del figurale, e perciò i luoghi privilegiati per mostrare le operazioni del desiderio, (…) sinonimo di sistema Inconscio, di processo primario, e di livello espressivo se consideriamo la funzione artistica” (p. 53). Il figurale è dunque assimilabile al contenuto latente del sogno, non riducibile tuttavia, come accade nella freudiana Traumdeutung, a significazione o a descrizione cosciente di un senso implicato nel significato inconscio, né sarebbe ipotizzabile una sua eventuale traducibilità in linguaggio. Diversamente dal modo di procedere di Freud, che mira allo svelamento della latenza, Lyotard intravede in Cezanne il desiderio “che il quadro sia anch’esso un oggetto, che non funga più da messaggio” (in Freud secondo Cezanne, qui  p. 64). Scrive la Maistrini che “è l’inappagamento del desiderio la molla incessante di ogni superamento” (p. 64), l’impulso che induce alla ricerca di un oltrepassamento - o quantomeno di un dislocamento - della visione dell’opera come rappresentazione. L’arte parrebbe costituire l’ambito in cui si manifesta la coincidenza, ma non la sintesi, tra senso e figura, ovvero il dissidio che unifica due forme espressive statutariamente diverse.
Il figurale trasmuta poi in altri luoghi, nei quali non può darsi alcun significato ma unicamente la figura. La categoria del sublime, che “è in primo luogo una negazione del discorso” (pp. 68-69), si configura in seguito come riconoscimento della non rappresentabilità o dell’inesprimibilità del figurale. L’estetica del sublime, che succede a quella economica libidinale - la quale sorgeva dalla positività della insoddisfazione del desiderio -, si caratterizza anch’essa positivamente, dal momento che si delinea quale manifestazione dell’impresentabile, di qualcosa che non può essere esibito attraverso un livello concettuale.
Secondo la Maistrini il figurale, comunque nominato, pulsionale, libidinale o “connivenza di figurale, sublime e différend” (p. 93) assume un ruolo centrale e quasi esclusivo nella riflessione lyotardiana, costituisce “il dispositivo mimetico presente in pressoché tutto il pensiero di Lyotard” (p. 94). E “il significato del figurale in Lyotard è in realtà il suo ‘come’” (p. 88): in altre parole consiste nel disoccultare le fasi della decostruzione senza l’ambizione di pervenire all’identificazione di un contenuto non ulteriormente rinviabile, nel dare “un’indicazione di deriva” (p. 88), nel limitarsi a mostrare il processo di dilazione in un inestinguibile spostamento di esiti semantici. In una prospettiva in cui il cosiddetto orizzonte di attesa resterebbe sempre insoddisfatto per l’impossibilità di accedere alla totalità anche solo potenziale del senso. Il figurale è allora “l’indicibile”, “la decostruzione”, altrimenti detta “le différend tra ordini di senso” (p. 99).
Solo la morte restituisce un senso alla nostra vita, il cui linguaggio sarebbe altrimenti intraducibile, e inattingibile il suo significato. Attraverso la morte si ricompone quella disseminazione dei significati che aveva caratterizzato il linguaggio dell’intera nostra esistenza. Con Le confessioni d’Agostino, dove “si giunge all’ultima deriva” (p. 100), il percorso - circolare - di Lyotard si chiude attraverso la forma espressiva della confessione, “che confessa il suo essere opera dell’Altro, confessa il limite dell’anima” (p. 107). La parola ”deriva” sembrerebbe ora alludere più a una emanazione che a una deviazione e, analogamente, “derivare”, pare tornare al suo significato originario di “discendere”, “trarre origine”, in questo caso dalla divinità. Alla fine, sottentra in Lyotard un approdo - o un ritorno? - al “mistero cristiano”: si assiste cioè alla “incarnazione del figurale”, compimento del dissidio, suo estremo trasferimento e fissazione “nel nome di Dio” (p. 100).

Da "www.questotrentino.it" n° 5 del 10.3.2007
Curarsi con la filosofia
Maria Luisa Martini

La “cognizione” del dolore non è solo un’esperienza inevitabile, ma rappresenta un momento fondamentale, che ci chiama a interrogarci sul senso del nostro esistere, sospendendo lo scorrere della routine quotidiana, sollecitando un confronto critico con noi stessi.
Giusto ieri un amico psicoterapeuta, che esercita in una struttura sanitaria pubblica, mi esprimeva tutta la sua perplessità nei confronti di una situazione che si trova a registrare sempre più di frequente: l’invio ai presìdi di salute mentale, da parte dei medici di base, di pazienti che in realtà non hanno nessun disturbo del comportamento, ma stanno solo attraversando un momento difficile della loro esistenza, ad esempio un lutto o una malattia, oppure una separazione. La fragilità e il disagio psichico, a cui inevitabilmente ci troviamo esposti in queste situazioni, vengono collocati sul versante della patologia, come se le persone non fossero più in grado di confrontarsi con gli aspetti dolorosi della vita né di assumere in proprio quelle sofferenze che l’esistenza necessariamente comporta.

Si va dunque diffondendo e consolidando nella mentalità comune del nostro tempo la tendenza a patologizzare momenti di difficoltà, che da sempre rappresentano fasi purtroppo non evitabili della vita, e a trasformare il malessere psicologico che li accompagna in un segno di vulnerabilità, che viene inscritto nell’orizzonte della patologia e che deve essere risolto con la medicalizzazione.

Questo atteggiamento, piuttosto che procedere nella direzione di una risoluzione del problema, va invece ad aggravarlo, dal momento che rinforza la percezione delle difficoltà e inceppa i processi di crescita dell’autonomia individuale. Anziché sostenere la strutturazione di personalità capaci di affrontare e superare quelle sofferenze che la vita necessariamente implica, l’orientamento verso una medicalizzazione generalizzata ha un effetto di rinforzo della patologia. Non è casuale che negli ultimi anni si registri un progressivo allargamento delle patologie dell’umore (ansia, mania, depressione), con un correlato aumento dell’uso di psicofarmaci che ha raggiunto livelli allarmanti ( come denuncia anche il Notiziario dell’Ordine degli psicologi, anno 08, n. 2).

Nel bel saggio di Moreno Montanari "La filosofia come cura" queste riflessioni critiche sulla tendenza terapeutica diffusa ai nostri giorni vengono integrate da un’ulteriore osservazione problematica. Richiamandosi al pensiero di Martin Heidegger, Montanari sottolinea come la "cognizione" del dolore non sia solo un’esperienza inevitabile nell’esistenza di ogni uomo, ma rappresenti un momento fondamentale, che ci chiama a interrogarci sul senso del nostro esistere, sospendendo lo scorrere della routine quotidiana, sollecitando un confronto critico con noi stessi e con l’autenticità delle nostre scelte di vita. Siamo costretti a chiederci se ciò che pensiamo sia davvero nostro o non sia piuttosto il risultato dell’abitudine e delle convenzioni sociali. Siamo costretti, insomma, a fare i conti con noi stessi, riappropriandoci della nostra vita, per poter dare compimento alla sua peculiarità, alla sua unicità. Montanari coniuga la critica alla medicalizzazione diffusa con l’indicazione di approdare a una cura autentica dell’esistenza, così come viene suggerita e declinata nel corso della storia della filosofia, fin dalle sue origini greche. Specifico della filosofia infatti non è la terapia. Anche se non sono mancati pensatori – da Epicuro a Wittgenstein - che hanno proposto le loro riflessioni come "terapie dell’anima", il loro approccio può essere meglio definito dal termine "cura", e in particolare dall’accezione che la lingua inglese assegna al verbo "to care", differenziando così il significato medico della cura ("to cure") rispetto a quello della premurosa partecipazione verso qualcuno che ci sta a cuore. Propria della filosofia è l’accezione non medica, che riconosce nella cura di sé il compito principale assegnato a ogni uomo, che, a partire dall’esercizio riflessivo volto alla conoscenza di sé, riesce a conseguire la propria autenticità.
Il saggio di Montanari può essere letto come un tentativo di risposta al volume, pubblicato qualche mese fa, di Pier Aldo Rovatti, "La filosofia può curare?" Prendendo posizione sul movimento sempre più affermato delle "pratiche filosofiche", Pier Aldo Rovatti ha sollevato alcune perplessità ed ha posto alcune domande che non potevano rimanere inevase. Come può la filosofia affiancarsi alle terapie del disagio diffuso, se non intende rinunciare a quello che da sempre è il suo compito fondamentale, ossia l’esercizio critico del pensiero? Se vuole differenziarsi dall’imperante cultura terapeutica, come deve caratterizzare le proprie procedure?

Richiamandosi all’insegnamento di Michel Foucault, Rovatti gettava acqua sull’entusiasmo suscitato dalle pratiche, mettendo in guardia dai dispositivi di potere e di controllo sociale che ogni esperienza di costruzione della soggettività può implicitamente riprodurre.

Dichiarando apertamente di guardare con molto interesse al nuovo fenomeno delle pratiche filosofiche, Rovatti sollecitava però una più attenta consapevolezza dei pericoli sia di banalizzare della filosofia, sia di appiattire il suo spirito critico sotto il dominio del regime di discorso della cultura dominante e "delle sue ortopedie per sedare i conflitti". Prosegue Rovatti: "Se la consulenza filosofica vuole differenziare il suo prendersi cura dal reale orizzonte terapeutico delle cure dell’anima, deve cercare di mettere in atto qualcosa come una contromanovra". Suonava come un invito. A cui Montanari ha saputo rispondere con puntualità e profondità.

Da Diogene Filosofare oggi. (www.diogenemagazine.com)
Moreno Montanari, La filosofia come cura. Percorsi di autenticità, Edizioni Unicopli
Recensione di Pietro E. Pontremoli
“La filosofia non cerca né colpe né colpevoli ma ragioni da comprendere, riflessioni che sappiano aprirci al mondo e decisioni capaci d’instradarci verso una vita autentica e consapevole”. Con queste parole Moreno Montanari, dottore di ricerca in filosofia e consulente filosofico, descrive la funzione della filosofia nel suo libro “La Filosofia come cura – percorsi di autenticità” (ed. Unicopoli, 2007, pp.129, € 12,00). Un titolo indubbiamente esplicativo che Montanari chiarisce ulteriormente affermando che “la cura filosofica che questo libro vuole promuovere non pretende di curare nessuno ma intende piuttosto aver cura di creare le condizioni affinché gli individui assumano in proprio la responsabilità della cura della propria vita”. Gli individui ai quali il testo si rivolge sono proprio tutti, adulti ed adolescenti, anzi è la specie umana il vero interlocutore. Il testo è schiettamente filosofico con numerosi riferimenti alla storia della filosofia dalle origini ad oggi, alle filosofie orientali (taoismo e buddhismo), alla psicoanalisi (Freud, Jung, Lacan), ma è anche un testo sociologico. Nel complesso il libro analizza e crea i presupposti per indicare quali sentieri seguire per raggiungere la cura di sé che è sempre al contempo un prendersi cura degli altri. L’obiettivo è di “indicare nella cura, e non nella terapia, lo specifico della filosofia” e per questo l’autore critica aspramente il fenomeno oggi dilagante della medicalizzazione della vita che considera patologico qualsiasi tipo di disagio e malattia qualunque problema esistenziale. Per superare tale impasse si propone di recuperare il vero ruolo della filosofia ovvero quello di essere più una terapeutica che una teoretica. Socrate sosteneva che “una vita non sottoposta ad esame non vale la pena di essere vissuta” ed, in effetti, ancora oggi, è lo stesso Montanari a ribadirlo, è lecito affermare che “tanto più una vita è inconsapevole – e dunque non curante di sé – tanto più produrrà sofferenza e che, viceversa, quanto più sarà consapevole, tanto meno sarà sofferente”. La filosofia è capace di indagare il senso delle cose e permette all’uomo di dare senso alla propria esistenza comprendendo il suo modo di interpretare l’esistenza stessa. Il prendersi cura di sé, però, significa anche prendersi cura dell’alterità. Montanari citando Heidegger ricorda che secondo il filosofo esistenzialista soggiornare sulla terra non basta per dire di abitarla veramente: abitare sulla terra significa prendersene cura. Per questo la ricerca, l’impegno, l’aver cura implicano sempre anche l’altro. Il fil rouge del libro è anche uno stimolo ad aprirsi al non-io, non solo una meditazione egoica ed autocentrata.
Per spiegare tutto ciò nel testo si trovano brevi, ma incisivi, riferimenti alla meditazione ed alle sue tecniche, oltre alla convinzione che “la dignità dell’uomo sta tutta nella sua capacità di saper diventare ciò che liberamente decide di voler essere”. Viene anche estrinsecato il concetto di tempo ed il fatto che “la storia della filosofia consiglia di concepire e vivere il tempo non come chrónos, il tempo fisico rispetto al cui dispiegarsi l’uomo non ha alcuna possibilità d’intervento, ma come kairós, termine che nell’antica Grecia stava ad indicare un tempo che si specifica in relazione allo spazio della decisione dell’uomo”. Successivamente si tratta il nichilismo ed ancora una volta è l’intersoggettività umana ad essere presa in esame per trovare senso e scopo alle singole esistenze. “La comunità degli uomini ha infatti in comune, innanzitutto e in maniera strutturale, la consapevolezza della propria incompletezza”. Citando autori come Hanna Arendt e Christopher Lasch, Montanari rileva la drammaticità della progressiva fuga dell’individuo dal sociale e la necessità di comprendere che “ogni singola esistenza ed ogni singolo evento incidono sul tutto”. L’ultima parte è dedicata al rapporto fra la paura di morire e di vivere. Per congedarsi dal lettore, l’autore non manca di riferire che la filosofia potrà anche non riuscire a liberare dai mali e guarire completamente, ma di certo riesce ad insegnare a non farsi ingannare; rende capaci di una scelta fondamentale: quella di scegliere. 
 
Pietro E. Pontremoli.

n.26 febbraio 2008 da (http://www.recensionifilosofiche.it)

Montanari, Moreno, La filosofia come cura.
Milano, Unicopli, 2007, pp. 129, € 12,00, ISBN 9788840012155.

Recensione di Dario Di Dato - 18/12/07

Nel suo libro La filosofia come cura, percorsi di autenticità, Moreno Montanari spiega come la filosofia possa prestare idee utili per affrontare molte delle problematiche esistenziali che sempre più diffusamente riguardano la società dei nostri giorni. In particolare l’autore indica nella filosofia una cura e non una terapia, cioè un prendersi a cuore le sorti dell’altro.
In primo luogo la filosofia non pretende di curare, non prescrive farmaci, ma cerca di creare le condizioni affinché il singolo abbia cura di sé, ovvero rifletta sulla propria esistenza, decidendo autonomamente cosa vuole essere. Al contrario della medicina, che rende le persone dipendenti dal farmaco e dalla terapia, la filosofia intende richiamare gli individui a scegliere la propria vita più autentica, ovvero più vicina al loro carattere e disposizione, ricorrendo alle capacità e alle energie che ogni singolo individuo conserva dentro di sé.
Ovviamente questo discorso, precisa Montanari, non intende negare l’importanza dei farmaci nella cura della salute, ma vuole mettere in guardia contro la medicalizzazione dell’esistenza, per cui qualunque forma di disagio esistenziale viene immediatamente ridotto a malattia che, come tale, necessita di trattamento farmacologico.
Un cambiamento di rotta nella tendenza alla medicalizzazione dell’esistenza è l’imparare a interrogare e a interrogarsi. La conoscenza filosofica fin dal suo inizio - spiega l’autore riprendendo le tesi di Hadot - vuole essere utile alla cura del sé, non si pone cioè come ricerca di una verità oggettiva, ma piuttosto come un pensiero finalizzato a trasformare il soggetto che lo esercita. Tale trasformazione permette al soggetto non di cambiare la propria identità, ma piuttosto di diventare ciò che egli è. Alla base c’è dunque una riflessione sul proprio sé, non per modificarlo, ma per impostare le premesse nella vita quotidiana affinché l’esistenza sia autentica, ovvero adeguata alla natura del soggetto. Riprendendo il pensiero di Heidegger, l’autore afferma che «[...] l’autenticità non è solo il frutto della consapevolezza che si guadagna interrogandosi sul proprio stile di vita ma anche l’effetto della decisione di appropriarsi della propria vita, progettandola a partire dalle nostre peculiarità più proprie, ovvero da ciò che più ci caratterizza» (p. 25).
Nel secondo capitolo Montanari riflette sul vuoto e sul peso che esso ha nell’esistenza. Egli parte dalla considerazione dell’uomo come di un essere manchevole, che non può fare a meno di tentare di colmare il vuoto che lo caratterizza; il desiderio altro non è che la manifestazione di questa mancanza e assume due forme possibili: il desiderio spirituale, che si può colmare solo tramite “l’altro” e il desiderio materiale, che può essere soddisfatto solo tramite gli oggetti. La nostra società ha finito per privilegiare il secondo tipo, così da rendere l’individuo un soggetto narcisista, perché nella soddisfazione dei desideri materiali esso si relaziona soltanto con il proprio io, dimenticando l’altro; in questa autoreferenzialità narcisistica il vuoto, inutilmente colmato tramite gli oggetti, riemerge con tutta la sua forza perché il soggetto, circondato dalle proprie cose, ha finito per crearsi un’immagine di sé falsa, priva di quei limiti che pur egli ha e lontana dalla realtà. Visto che tale vuoto non è né ineliminabile né colmabile, tanto vale, ci suggerisce l’autore, prenderne atto e vedere se esso possa invece diventare una risorsa verso la cura di sé. In questo, suggerisce Montanari, dovremmo prendere esempio dalla cultura orientale, che basa il benessere della persona sulla meditazione, che serve a creare le condizioni per una più profonda consapevolezza di sé, premessa indispensabile per una vita autentica.
L’autore dunque ci invita, sulla scorta dell’insegnamento filosofico, a sottrarci a quella esasperazione a cui siamo condannati nella società contemporanea, che ci vuole sempre al massimo dell’efficienza e della realizzazione, facendoci dimenticare che la vita è fatta anche di vuoto, malessere e angoscia, che non hanno affatto un valore unicamente negativo, ma che possono invece servire anche come campanelli d’allarme che segnalano un’esistenza non autentica, non coincidente con le scelte del soggetto, ma risultato piuttosto di un adeguamento della persona alle richieste della società privo di motivazione interiore. Ecco dunque tutta l’attualità del motto delfico “conosci te stesso”, che però, ci dice Montanari, rappresenta solo metà dell’opera. «l’altra metà consiste nel prendersi cura di sé, lavorando per sviluppare le proprie potenzialità, per armonizzare le proprie virtù, per imparare a riconoscere e rispettare i propri limiti intervenendo su di essi [...] al fine di valorizzare i propri talenti e rinunciare a rincorrere quelli che non ci sono propri» (p. 57).
Questa definizione di sapere, scrive Montanari, si rifà alla phronesis aristotelica, cioè a un sapere che non è solo conoscenza ma anche ricerca di un’azione “buona” che, come tale, rende “migliore” chi la fa. Tale sapere è anche un’abitudine, un esercizio della ricerca del bene e del male; una saggezza dunque pronta a decidere anche quando non si conoscono tutte le variabili della situazione: « in essa risulta dunque essere dominante la decisione di decidere, ossia la deliberazione di scegliere, abilità che si può acquisire e consolidare solo con l’abitudine a farlo, smettendo di delegare ad altri la responsabilità di decidere del nostro destino e prendendocene personalmente cura» (p. 58).
Quindi, secondo l’autore, la phronesis potrebbe rappresentare una risposta a quella che Montanari, riprendendo il titolo di un libro di Ehrenberg, chiama “la fatica di essere se stessi”, fatica derivante dalla responsabilità della scelta alla quale siamo chiamati in maniera ossessiva dalla società, che nel momento in cui afferma la libertà dell’individuo nell’operare le sue scelte, dall’altro lo responsabilizza al punto da provocarne la paralisi della capacità deliberativa, a causa dell’angoscia derivante dal peso delle scelte stesse. È soltanto tramite il confronto con la realtà e la scelta che l’individuo può realizzare la propria identità e, riprendendo le parole di Nietzsche, “dire sì alla vita”.
Successivamente il discorso dell’autore affronta il tema del tempo: ciò che noi siamo è il risultato di una serie di possibilità che si danno nel tempo, ovvero nel passato, nel presente e nel futuro. La capacità dell’individuo di costruire un’esistenza autentica dipende anche dalla sua capacità di pensare e di rapportarsi a queste tre estasi del tempo.
Il presente configura l’orizzonte entro il quale si svolge la nostra esistenza e ci rende consapevoli, attraverso la sua scansione, del trascorrere del tempo e del farsi passato delle nostre esperienze. Quanto al futuro, anche se esso giungerà indipendentemente dal nostro prendercene cura, esso dipende da come noi ci disponiamo nei suoi confronti nel presente: solo dando vita a un progetto, espressione della nostra volontà e personalità, avremo la possibilità di vivere un futuro autentico. Se dunque il futuro non dipende, come ovvio, esclusivamente da noi, ciò non esclude che le nostre scelte possano incidere nel dargli forma e nel fare in modo che esso assomigli alla personalità del soggetto. Infatti è l’elaborazione di un progetto da realizzarsi nel futuro che dà senso al presente, in quanto ci spinge ad agire sulle cose, nel limite delle nostre capacità, scongiurando il pericolo di un presente impersonale.
Anche il passato non è un corpo morto da accettare passivamente così com’è. Se gli accadimenti del passato sono immodificabili nella loro oggettività, non la stessa cosa può dirsi del loro senso nel presente. Già Freud ci ha dimostrato come un evento traumatico passato possa continuare a incidere nel presente dell’individuo, finendo in quella parte che è il “rimosso”. Solo un lavoro di comprensione e rielaborazione di quell’evento può permettere un’accettazione e quindi una liberazione da quel trauma.
Ciò dimostra che il passato incide sul presente e anche sul futuro, non solo tramite il “rimosso” ma anche tramite il senso di colpa: qui l’unica via d’uscita è il perdono, o meglio, quella che Nietzsche chiama “redenzione”. La nostalgia, il senso di colpa o il desiderio di vendetta, rappresentano le diverse forme che può assumere la prigione del passato, perché quest’ultimo, inteso come un corpo morto che non può essere modificato, riduce il presente a una continuità monotona, senza attesa, senza progettualità e apertura al futuro. L’esito è una perdita di interesse per la vita.
Solo il saper “perdonare” il passato può dare slancio al presente lanciandolo progettualmente verso il futuro, facendo del passato il punto di partenza e del presente lo spazio del kairòs, ovvero di quell’attimo opportuno che spezza la prevedibilità dell’esistenza aprendo un nuovo scenario; novità che non scaturisce come creazione dal nulla ma come risultato di premesse poste nel passato e che spingono verso il futuro.
Se seguiamo la ricostruzione di Montanari, che si rifà al pensiero di Nietzsche e Heidegger, il tempo perde il senso di un logorante e irreversibile avvicinarsi alla morte, come invece è oggi comunemente percepito. Anche sul senso della morte la filosofia, secondo l’autore, ha molto da dire. Ampiamente rimossa dalla società contemporanea, la riflessione sulla morte è invece utile per prenderci cura della nostra vita. Contrariamente a quella visione che la concepisce come il contrario della vita, la morte accompagna ogni istante di essa e spinge a riflettere e a scegliere la vita stessa. Cosa vuol dire riflettere e scegliere, se non agire e cambiare e dunque lasciar morire ciò che della nostra vita non sentiamo più appartenerci, e così permettere al nuovo di venire alla luce? Non è questo forse la prova che la morte non è la semplice negazione della vita ma anche ciò che le permette di cambiare e di cercare un senso?
Se è così, scrive Montanari, occorre abituarsi all’idea della morte, prendere familiarità con essa, perché così facendo « se utilizzeremo la vita per prepararci alla morte questa ci renderà il favore preparandoci alla vita già adesso, per non apprezzarla solo quando ormai è troppo tardi» (p. 114).
Ecco dunque emergere, in conclusione del percorso intrapreso da Montanari sulla possibilità della filosofia di porsi come cura di sé, il tema principale: “diventare ciò che si è”, ovvero scegliere tra le molte possibilità alla nostra portata quelle che più corrispondono alla nostra volontà.
In questa prospettiva, la filosofia potrà presentarsi come cura di sé solo se si affermerà come un sapere che non sia la semplice conoscenza della verità e dell’errore, ma che sia anche la guida verso un’azione consapevole e accompagnata dalla ragione, in grado di permettere il raggiungimento di quella che i greci chiamavano eudaimonia, ovvero il benessere e la realizzazione delle proprie qualità, come nel caso della phronesis aristotelica.
La filosofia rappresenta dunque un approccio alla vita che, diversamente da altre soluzioni, non mette il soggetto al riparo dai rischi e dai problemi, ma al contrario lo abitua a riflettere e a problematizzare sugli aspetti più complessi dell’esistenza. La guarigione che la filosofia è in grado di promettere non prospetta una felicità immaginaria priva di sofferenze e problemi, ma insegna ad affrontare quelle sofferenze e quei problemi, considerandoli non come eventi esclusivamente negativi, ma come possibilità che possono tracciare anche nuove vie all’esistenza.

Da "La Repubblica online" (8 novembre 2007)

SPETTACOLI & CULTURA
Il diario di un disoccupato che si è rialzato grazie a Socrate, Spinoza
e Montaigne, un saggio che riporta il pensiero alla sua funzione pratica e curativa
Non arrendersi nonostante tutto
le consolazioni della filosofia
Un manuale di astrologia come strumento terapeutico tra Jung, Freud e la tradizione orientale
di DARIO OLIVERO

CONOSCI TE STESSO
"Nella disoccupazione, anche il corpo cede. L'ho verificato su di me: nei primi sei mesi il mio braccio destro si è rifiutato di obbedire. E' una realtà statistica che si preferisce dimenticare, l'inattività ha delle ripercussioni negative sulla salute di chi cerca lavoro". Jean-Louis Cianni aveva un lavoro e una posizione. Poi a causa di una fusione tra corporation e alla conseguente riduzione degli organici si è ritrovato quasi cinquantenne disoccupato. Ha attraversato tutte le difficili fasi di una perdita così importante, poi è riuscito a trovare un appiglio per tirarsi su. Come Socrate, come Severino Boezio, come Spinoza, come Seneca. Trovare una consolazione dalla vita nella filosofia. Ne è uscito Filosofia per disoccupati (tr. it. L. Dapelli, prefazione di Guglielmo Epifani, Rizzoli, 16 euro).

Il passo riportato è nel mezzo di un capitolo dedicato ai cedimenti somatici che porta la disoccupazione e alle riflessioni sulla vita e sul pensiero di Spinoza che teorizzò (a costo di scomuniche e povertà) la specularità e il pari valore ontologico di mente e corpo. E con il filosofo olandese scorrono Pitagora e la metempsicosi accomunati al vagare di un disoccupato tra una speranza di lavoro e un'altra, Socrate e la riflessione su cosa diventa un uomo quando gli viene tolto il lavoro che lo identifica e gli dà un equilibrio, Montaigne e la forza di tornare ad amare la vita quando una parte di te urla che questa non ha più senso.

DIVENTA CIO' CHE SEI
Da quando è nata si sente rivolgere la stessa domanda: a che cosa servi? Eppure dopo due millenni e mezzo la filosofia è ancora lì con il suo sguardo enigmatico. Democratica perché accessibile tutti, grandi eruditi o gente semplice. Aristocratica perché non tutti osano avvicinarsi. Fatale, perché chi se ne innamora non si sente ricambiato ma non riesce a rinunciarvi. A che cosa servi? Relativamente recente nella sua storia millenaria è la tendenza a riportare la filosofia al suo ruolo originario (ma su questo non tutti sarebbero d'accordo): uno scopo pratico, un aiuto a vivere, uno strumento per cambiare la propria visione del mondo. Moreno Montanari è uno dei pionieri in Italia della pratica o consulenza filosofica, la disciplina che sostiene che il filosofo possa curare, anzi aiutare a prendersi cura di se stessi. Nel suo La filosofia come cura (Edizioni Unicopli, 12 euro) prova a dare ordine teorico a questa idea molto pratica. In molti vedrebbero con orrore accostare nella stessa pagina a poche righe uno dall'altro la sintesi dialettica di Hegel e l'"essere che sfugge a se stesso" di Heidegger e poco prima l'uomo miserabile e illuso di Pascal. Se poi si sente parlare anche di meditazione, alchimia come processo psichico, l'angoscia di Kierkegaard e la caduta delle ideologie del ventesimo secolo, l'approccio medico occidentale e la sua univoca mancanza di empatia, le cose paiono complicarsi ancora di più. Ma così come Seneca non si vergognava di saccheggiare a man bassa Epicuro nelle sue lettere a Lucilio o Nietzsche a confessare di essere debitore di Montaigne, forse è giusto a piegare la filosofia per farne qualcosa di utile. E decidere, almeno secondo noi, a che cosa possa servire.

IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME...
Risonanze celesti di Luciana Marinangeli (Marsilio, 19,50 euro), tra i tanti, ha almeno due pregi. Il primo è aver scovato e portato alla luce uno dei primi lavori (la sua tesi di laurea) del controverso medico-filosofo-alchimista Franz Anton Mesmer sull'influsso dei pianeti e della Luna sull'uomo, la sua salute e la sua malattia. Il secondo è un immenso lavoro di catalogazione e un atto di giustizia. Prima che diventasse un passatempo, un intrattenimento televisivo o al contrario una fede cieca e senza dubbi, l'astrologia aveva tra le varie sue funzioni, quella terapeutica oltre che quella conoscitiva. Basta scorrere l'elenco delle grandi menti che vi si accostarono, per farsi un'idea del fascino e delle speranze che suscita: Freud, Jung, Hillman, Pessoa, Kundera, Fellini. Marinangeli ricorda quanto vasto fosse questo club, attraversa i confini dell'Occidente e racconta le grandi tradizioni astrologiche tibetana, cinese, indiana. Ma non è soltanto un esercizio di erudizione, è un tentativo di riportare una disciplina inventata dall'uomo a essere utile, ad avere una funzione nell'individuare un sintomo, un disagio, un quadro clinico. Ciò che sta in alto sta in basso forse è una delle contorte formule alchemiche che nascondono grandi segreti iniziatici o forse non nascondono nulla. O forse va semplicemente presa alla lettera.

(8 novembre 2007)

Dal SOLE 24 ORE di Domenica 16 luglio 2006
Sezione Terapie filosofiche

"Caro paziente, è il caso che si senta in colpa"
di Maurizio Ferraris
Clicca qui per leggere l'articolo


Corriere Adriatico - Edizione del 28 maggio 2006

Tanto per dirla con Lao Tzu"Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla"

LA NEW AGE DELLA FILOSOFIA

il SOMMARIO ANCONA - Mauro sta seduto davanti al suo Macintosh, regalatogli dagli amici per aver superato, parrebbe brillantemente, i 40 anni. Lo guarda, lo accarezza, si prende una pausa per scaricare qualche canzone su eMule e quasi vorrebbe che i pixel parlassero e che gli dicessero "guarda quanta strada hai fatto...". Ma il tanto desiderato computer con la mela mozzicata davanti, status symbol del piccolo manager di provincia che sogna arredamenti "cool" londinesi, oggi non riesce a farlo sentire importante. Una strana solitudine lo assale, un disagio, apparentemente incomprensibile. "E pensare che non mi manca niente", si ripete, riprendendo tra le mani quel foglio di giornale che, forse inconsciamente, aveva conservato, invece di gettarlo tra le scartoffie. Diceva: "Non esiste un solo uomo che non porti dentro di sé un'inquietudine, un turbamento, una disarmonia, un'angoscia di qualche cosa ch'egli non conosce o che non osa ancora conoscere, un'angoscia di una possibilità dell'esistenza o di se stesso, una malattia dello spirito, la quale ogni tanto, guisa di un lampo, fa sentire che c'è". Improvvisamente inizia a percepire quella sensazione di cui parla Kierkegaard, la vede insinuarsi sulla scrivania, risalire la cravatta color aragosta (che la sua ex ragazza amava tanto) e accovacciarsi comoda tra i pensieri. Nessuno dei suoi collaboratori sa come aiutarlo; il seno della segretaria non funziona più da lenitivo, né l'esperto di finanze riesce a risollevare con qualche cifra quell'umore in caduta libera. Forse ha bisogno di un amico che riesca a farlo parlare, di un conoscente che lo metta di fronte a se stesso, o magari di un filosofo che lo sproni, più che a darsi delle risposte, a farsi le domande giuste. Questo non è un gioco di parole "marzulliano", bensì il principio di un particolare tipo di consulenza, il cui compito è comprendere le questioni sollevabili dall'essere umano, non tanto attraverso l'analisi dei processi psicologici sottostanti ad esse, "ma nel confronto con le possibili interrogazioni che la storia della filosofia ha prodotto. Ciò permette al consultante di arricchire le sue capacità d'analisi, di interpretazione della realtà, e di comprendere meglio qual è la sua particolare visione del mondo e come questa influenzi il suo modo di pensare, essere e agire", spiega Moreno Montanari, consulente filosofico marchigiano noto sia per la sua attività formativa sia per la recente pubblicazione del libro "Consulenza filosofica: terapia o formazione". E' proprio lui a mostrare quale importanza rivesta oggigiorno quel modus operandi che 2500 anni fa portava Socrate a discutere sul senso della vita con chiunque desiderasse farlo, assicurandosi che si prendesse cura dell'anima come del corpo e degli affari mondani. Quest'ultimi diventano infatti spesso soggetti della vita stessa, spodestando chi invece dovrebbe avere il controllo del proprio agire. Quando l'equilibrio si rompe, e non per motivi patologici, non basta un po' di super-attack per rimettere insieme i pezzi. C'è bisogno di qualcuno che aiuti a ritrovare "la via". Dopo tanto buio accendere la luce può fare anche male agli occhi, ma è un gesto indispensabile per tornare a vedere la strada: "Una migliore comprensione della tua visione del mondo, cioè del modo in cui concepisci te stesso e il tuo ambiente, ti aprirà probabilmente nuovi modi di relazionarti a te stesso e al tuo mondo", scriveva Lahav, e a questa idea si riallaccia Montanari. "Il nostro compito è creare le condizioni affinché il percorso di vita che il consultante ha scelto di compiere si rischiari, offrendogli la più ampia e approfondita gamma di possibili punti di vista, di elementi di analisi e spunti di critica del pensiero che la filosofia, occidentale e non, ha saputo generare. Sarà poi lui a valutare, personalmente e liberamente, quale soluzione sente più opportuna". Non si sta quindi parlando di una cura alternativa alle pratiche psicoterapeutiche, "ma di un vero processo di formazione incentrato sul rapporto dialogico tra consulente e consultante", tiene a specificare Antonio Luccarini, filosofo e anch'egli "consulente dello spirito", oltre che assessore alla cultura di Ancona, che continua: "Attraverso il dialogo, le narrazioni personali e l'ascolto si intraprende una sorta di viaggio all'interno delle regioni del pensiero. C'è chi le chiama lezioni personalizzate, chi invece insiste sul ruolo centrale che deve avere il consultante nello scegliere il percorso conoscitivo da affrontare, sotto la guida del consulente". A svolgere questo delicato compito è anche Maria Maistrini, direttrice dell'associazione "Sophìa", che lavora affinché diverse tradizioni culturali fondino una nuova "filosofia del femminile". Traendo spunto dal pensiero occidentale, dalla psicologia transpersonale e dall'insegnamento di Osho, si cerca in questo modo di creare un originale paradigma di cura. L'associazione anconetana Pratica Filosofica, da parte sua, organizza annualmente corsi di meditazione zazen (basati sulla tecnica meditativa ancora praticata dai monaci zen), finalizzati a fornire un'opportunità di raccoglimento e a sperimentare una sensazione di pace e rilassamento che, gradualmente, possa invadere anche la sfera della quotidianità. "La meditazione è uno specchio, che sviluppando le nostre capacità di attenzione e consapevolezza ci rivela con chiarezza chi siamo", dicono gli organizzatori dei corsi; "ci aiuta inoltre a riflettere sul ciclo vita-morte-rinascita, nel convincimento che queste tre tappe non siano altro che aspetti di un più vasto fenomeno di continua trasformazione di sé, del mondo, dei rapporti con gli altri e del proprio modo di concepire la vita". Dicendola con Lao Tzu: "Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla". Montanari, Moreno, Il Tao di Nietzsche. Milano, Mimesis, 2004, pp. 216, ? 16,00, ISBN 88-8483-221-7.

Recensione di Maria Maistrini - 11/03/2005

L'autore - Links "Nietzsche e l'oriente (Taoismo, Buddhismo e Zen): due modi straordinariamente affini di far danzare il pensiero sull'abisso (Ab-Grund) e di abitare, anziché occultare, il vuoto, un unico modo di concepire l'intreccio di vita e conoscenza come via (Tao) per diventare "ciò che si è".
Comparando gli aforismi (sentenze) nietzschiani ai Koan (chiamata in giudizio) Zen, l'amor fati alla wuwai (non azione) taoista, l'illuminazione buddhista (Bodhi) al risveglio del Meriggio zarathustriano, la Wille Zur Macht al tao, il nichilismo al vuoto e così via, quest'indagine s'inscrive nel più rigoroso prospettivismo nietzschiano sondando angolature ancora del tutto inedite nel panorama italiano dell'esegesi nietzschiana."

Così l'editore preannuncia questo saggio di recente pubblicazione ad opera di Moreno Montanari, studioso, docente di filosofia e consulente filosofico responsabile anche del sito http://www.praticafilosofica.it/. Ma c'è molto di più.

L'autore infatti, che chi scrive ha avuto più volte il piacere di intervistare, ci guida passo per passo nell'universo nietzscheano, invitandoci a condurre con noi un bagaglio del tutto speciale, una valigia che fa da prologo al viaggio stesso, il quale però, sorprendentemente, non ci conduce a una meta. Cosa contiene, allora, un bagaglio di tal fatta?
Essenzialmente, la tradizione taoista per quanto riguarda l'Oriente; e la tradizione decostruttivista per quanto attiene invece all'Occidente filosofico.
Un metodo, forse? No, non esattamente. È solo un "procedimento", ed è essenziale sapere che "in Nietzsche tale procedimento va sotto il nome di genealogia", la quale "rigetta il valore dell'origine per concentrarsi piuttosto sull'origine storica dei valori, di cui mostra il carattere convenzionale, relativistico e utilitaristico" (p. 39): ecco cos'hanno in comune, in prima istanza, taoismo e decostruttivismo. Anche a rischio di essere sospettati di illogicità.
L'autore ci mostra infatti negli Itinerari linguistici che né la tradizione taoista né Nietzsche hanno paura di esprimersi attraverso sentenze (basti pensare, per esempio alle note "Sentenze e intermezzi " di Al di là del bene e del male) o koan (si pensi al Tao - te - ching o all'I - King) che contengono spesso paradossi logici. Ma che essi "ci invitano, in entrambi i casi, a non commettere lo stesso errore che costò la vita a Joseph K. (scil.: il personaggio di kafkiana memoria), colpevole, di fronte al proprio Processo, di aver confidato solo ed esclusivamente nelle ragioni della logica capacitandosi solo in punto di morte di come questa, seppure perfetta, non esaurisce affatto le possibilità umane" (p. 62).
E ancora: il libro ci trascina in un vastissimo universo di poeti, letterati, artisti e filosofi: da Kafka ad Artaud, da Suzuki a Foucault, da Jung a Bataille, da Chuang - Tzu a Benjamin, sono davvero tantissimi i personaggi che Moreno Montanari chiama in causa a farci da guide - non guide in questo affascinante viaggio sull'abisso. Eh, già, l'abisso. Se è vero che il nostro viaggio è senza meta, esso ha però un orizzonte, non un orizzonte di senso, magari, ma uno sfondo, almeno, un colore, staremmo per dire una vibrazione molto particolari; si incontrano a sorpresa, infatti, in questo tragitto, e in particolare nell'omonimo capitolo, "Camminare sull'abisso", dolore e illusione, sfiducia e depressione, speranza e fede, autentico e inautentico, ponti sull'essere e falsi attraversamenti e alla fine, ancora, in pieno stile nietzscheano, un gioco: il gioco dei dadi, che apre uno dei capitoli più affabulanti e attraenti e che tratteggia in modo nuovo e originale il famoso amor fati del grande filosofo. L'autore entra ora nel vivo del "pensiero nomade" di F. Nietzsche: "non essendo finalizzato ad una meta prestabilita, il nomadismo nietzscheano si dispiega come interrogazione e ascolto del proprio spaesamento (Unheimlichkeit)" (p. 99).
E Montanari ce lo mostra attraverso un uso sottile e sapiente di moltissimi Frammenti postumi, molti dei quali poco praticati dalla letteratura del settore. Si arriva così, finalmente, all'amore, all'amore nietzscheano ma anche all'amore tout court, di cui L'autore parla con leggerezza e comprensione di causa, anche attraverso una bellissima lunga citazione commentata e interpretata del più noto Milan Kundera (pp. 105 - 110).
E siamo all'Epilogo:dopo aver attraversato insieme varie altre luci ed ombre dell'essere e dell'esistenza umani, Nietzsche e il Tao sembrano congedarsi ad un bivio, sembrano allontanarsi per seguire vie diverse: Nietzsche si inabissa nella follia, come tutti sanno, mentre il Tao ci invita all'armonia con tutto l'Universo.
Ma anche qui L'autore non ci delude, confermandoci la sua profondità e la sua originalità di studioso veramente sensibile e in qualche modo in corrispondenza appunto sensuale con Nietzsche: alla fine, quando ogni coincidenza degli opposti sembra essersi persa come si è persa la persona stessa del grande pensatore tedesco, Montanari tira fuori con afflato da prestigiatore proprio i famosi Biglietti della follia a confermare, e non a smentire, l'ultimo immenso ritorno di Nietzsche e del Tao.
Ma questo, naturalmente, lo lasciamo a voi.

Da "La Repubblica online" (29 luglio 2004)

SPETTACOLI & CULTURA

"Esiste un tracciato universale che collega pensieri lontani nello spazio e nel tempo.
Intuizioni che nascono a Est si ritrovano secoli dopo a Ovest dopo aver passato il filtro doloroso del pensiero occidentale.
Così c'è chi sostiene che concetti di matrice orientale come il Tao e la non-azione, il vuoto buddhista, l'illuminazione, la caduta del pensiero duale essere-non essere siano universali e si ritrovino anche nel pesniero occidentale. Purché si sappia come cercarli. Purché si abbandonino pregiudizi e vecchie categorie ermeneutiche. Un esempio di questa comparazione è il libro di Moreno Montanari Il Tao di Nietsche (Mimesis, 16).
L'autore sostiene che rileggendo l'opera dal punto di vista di un lungo viaggio di spogliazione delle metafore in cui è imprigionato il linguaggio occidentale si arriva a comprendere in modo diverso concetti come quello del Meriggio o della volontà di potenza o dell'eterno ritorno o addirittura delle farneticazioni della follia degli ultimi anni di vita del filosofo tedesco. Un modo che ricalca meccanismi di pensiero e filosofie lontane come appunto il taoismo o il buddhismo Zen. La domanda in questi rischia sempre di essere: a che serve?
Serve. Perché è comunque un tentativo di riportare le filosofia a quello per cui era nata: capire, guarire, illuminarsi, vivere. Felici o no, ma vivere. "

d.olivero@repubblica.it (29 luglio 2004)

Maurizio Ferraris, Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede? , Milano, Bompiani, pp. 158, euro 10, 00   ISBN 88-452-5793-2

Recensione di Maria Maistrini - 08/11/2006

Parole chiave: ontologia, religione, Gesù, oggetti sociali, fede, Babbo Natale, Vattimo, Massarenti, secolarizzazione, Benedetto XVI°, de Maistre, ermeneutica, teologia, estetica, Il Sole 24 ore, filosofia teoretica, iscrizione, documentalità, scrittura, Derrida  

       Sospettavamo non fosse un buon momento per il povero Babbo Natale già dall'Armando Massarenti della rubrica "Filosofia minima" del «Sole 24 ore» (ora ne Il lancio del nano, 2006), il quale, per quanto sembrasse favorevole al perpetuarsi del mito del vecchio bonario, con la sua ricerca di "prove dell'esistenza di Babbo Natale" - alla fine soltanto culminata con una generica asserzione di una qualche "prova morale"- ci aveva già messo una certa inquietudine addosso.

Ma qui, col nuovo libro di Maurizio Ferraris, che si inserisce a pieno titolo nel dibattito corrente sulla religione occidentale o presunta tale (da Girard a Vattimo, da Habermas a Pera, a Landucci a Nastri ), piangono proprio tutti, bambini e filosofi, uomini e donne, credenti e non credenti, befane e babbi natale, fanti e santi.

Spiritosamente uscito il 2 novembre - giorno dei morti -, il libro compie un'ecatombe molto seria delle pretese di fede di chi crede, alla fine definito soltanto secredente , appunto, perché, come annunciato in quarta di copertina, non crede in Dio, né nella Resurrezione del Figlio (vissuta, a parere di ferraris, più come un mito che come un fatto , cfr, p.42), tantomeno nello Spirito, insomma crede nel Papa - per giunta per lo più virtuale, quello della tv e dei media- e, per colmo di stupidità, secondo Maurizio Ferraris nemmeno se ne accorge, dando luogo a un enorme problema: "Se Cristo non è risorto, le nostre buone azioni e le nostre migliori intenzioni valgono zero" (p.47), dalle incalcolabili conseguenze politiche (su che basi, data la pressoché totale assenza di fondamenti - o almeno presupposti - teologici interrogarsi su quesiti civili con la pretesa di risolverli cristianamente ? per esempio), oltreche morali e spirituali, (dobbiamo accontentarci anche di una religione, oltreché di una filosofia, debole ?, di una "indistinta carità" (p.75)?

Forse si, lascia intendere Ferraris, ove la moda interpretativa rimanga omnipervasiva, coinvolgendo appunto, oltre alle altre scritture, anche quelle sacre ; a meno che non ci renda conto dell'aporia e si facciano sostanziosi passi indietro, rinunciando all' "idea che   alla filosofia non giovi occuparsi del mondo esterno, giacché il suo tereno elettivo sono le interpretazioni (...) e non quello che c'è" (p.59).

Al soggetto debole, insomma, Maurizio Ferraris sembrerebbe proporre una robusta cura ricostituente costituita appunto di iniezioni - a forti dosi, dato lo stato del malato - di realtà ed oggettività, in altri luoghi descritta come nuova teoria degli oggetti sociali e/o documentalità (cfr. id., Dove sei? Ontologia del telefonino e www.swif.uniba.it/lei/ai/networks/ ).

Casus belli del libro, presentato sia ironicamente sia con tratti polemici ma in realtà evidentemente figlio del tipico appassionato amore di verità del filosofo, è la semplice generalizzata ignoranza delle ragioni della propria fede cattolica da parte dei più o meno praticanti odierni, che sta diventanto un fenomeno collettivo sempre più caratterizzante - pare - l'odierno oggetto sociale "fede" - un tempo più opportunamente oggetto ideale, trasformando pure, conseguentemente, in oggetti sociali Gesù (Babbo Natale lo era già, come versione metaforica della nascita o come baby fede , ma ovviamente non è questo il problema), lo Spirito Santo, etc etc., che al contrario dovrebbero essere più propriamente oggetti di conoscenza ovvero di esperienza soggettiva e personale che di più non si potrebbe.

E chi potrebbe dar torto, da questo punto di vista, al nostro autore? Ormai nessuno, con più di una licenza di scuola elementare in tasca, e il giusto corredo neuronico in testa, si azzarda più a chiedere all'amico o al conoscente credente: "ma tu in cosa credi veramente "?, perché sa già la risposta e non vuole rovinarsi la giornata e all'occorrenza la vita (si provi a chiedere a mariti, mogli o fidanzati...).

Ma nessuna crisi matrimoniale e soprattutto depressiva di questo mondo sembra temere Maurizio Ferraris, che con masochistico coraggio, nessuna paura della morte, e le armi affilatissime cui ormai ci ha abituato, demolisce via via miracoli e San Gennaro, Ratzinger e Rorty (si capirà poi cosa c'entri), a partire dalla sua infantile domanda (egli ci racconta che poteva essere circa a sei   anni) a una dolce nonnina che doveva avere forse la pazienza di Giobbe: "Chi è il Signore? Topolino?" (p. 29), con   cui nell'adorabile smorfiosetto indovini già il secchione e filosofo.

Quel che ci sentiamo di obiettare   seriamente a Ferraris, una volta dato per acclarato il merito davvero demistificatorio del pur breve trattato, è che, a nostro avviso, essa ignoranza è sotto gli occhi di tutti -e ampiamente   riconosciuta - da alcuni secoli, si potrebbe dire da sempre, e non si dica tollerata, quanto voluta e fermissimamente voluta da tutti, ma proprio da tutti, dal basso verso l'alto, però - secondo noi -, e non già dal Papa - nordico o nostrale, orientale od occidentale - in giù, anzi autentica e insostituibile Gallina dalle uova d'oro e di platino, dall'antichità in poi, per l'innumerevolissima schiera degli ignavi cui non par vero di deporre qualsiasi fardello dell'esistenza (leggi domande, leggi risposte individuali, leggi responsabilità personali, e quant'altro), con in più un bel bonus paradiso - o almeno purgatorio - in tasca: un affare quanto altri mai!

È anche la vecchia favola della vittima e del carnefice che stiamo riproponendo? Ma si; e perché no?

Si provi a togliere la bella gallina ai suoi polli (ci si passi, anche per rimanere al tono del libro, il paragone pennuto): altro che scioperi e proteste per pensioni e tfr, lagne per Prodi e Berlusconi che sono sempre lì - e ci resteranno, e via dicendo.

Uno sciopero della CEI e   il mondo finisce domattina.

Forse il popolo dei secredenti non è il servo, forse è proprio il Signore... e in tal caso...: come potrebbe riconoscerne un Altro, vuoi risorto, vuoi non risorto?

Link http://www.labont.it/ferraris/

NOTE SULL'AUTORE Maurizio Ferraris insegna Filosofia teoretica nella Università di Torino, dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teoretica e Applicata (Ctao). Ha pubblicato una trentina di libri. Tra questi, da Bompiani, Storia dell'ermeneutica (1988), Nietzsche e la filosofia del Novecento (1989), Mimica. Lutto e autobiografia da Agostino a Heidegger (1992), Il mondo esterno (2001), Goodbye Kant!Cosa resta oggi della Critica della ragion pura (2004), e Dove sei? Ontologia del telefonino (2005), insignito del Premio Filosofico Castiglioncello.

INDICE

Prologo

Ringraziamenti

  1. Il ritorno della religione
  2. In cosa crede chi crede?
  3. Un'entità senza identità
  4. Cristo è veramente risorto?
  5. Babbo Natale e il monoteismo
  6. La secolarizzazione alla prova dell'Ici
  7. San Gennaro e Gödel
  8. Circondati dalla scienza?
  9. Il monopolio del cuore
  10. Il Dio nascosto e il Papa televisibile
  11. Il teorema di de Maistre
  12. Credo certe ne cras